Capita raramente di intervenire a due voci su una stessa pubblicazione, ma ritengo che ciò si giustifichi per lo sforzo, complessivamente riuscito, di questo esordiente che si cimenta per la prima volta con la narrativa, arrischiandosi in un terreno così lontano, almeno in apparenza, dalla sua formazione universitaria di ingegnere informatico.
Ha scelto il genere magmatico della fantascienza accentuando la drammaticità delle situazioni con l’ipotesi di una tremenda recessione economica collocata nel biennio 2009-2010, cioè nel futuro prossimo venturo, dove si sviluppa uno scenario che, pagina dopo pagina, diviene credibile e nello stesso tempo inquietante, problematico e persino corrosivo. Il lettore è sospinto dall’insistenza incalzante del dialogo verso un epilogo amaro che è disvelato solamente nell’ultima pagina che costringe il protagonista (e con esso il lettore) a constatare come la sua vita sia di nuovo azzerata, per cui bisogna ricominciare, senza voltarsi, avendo come guida i versi di Eugenio Montale:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Altre reminiscenze letterarie, sobriamente disseminate nelle 143 pagine del romanzo, rivelano interessi variegati e persistenti: il Buddha scolpito nell’inchiostro dei romanzi di Hesse; il potere del rifiuto che Popper pone a base della vera democrazia; un accenno al discusso “Io e lui” di Alberto Moravia; e ancora Freud, Schopenauer, Orwell, Isaac Asimov, Wittgenstein, Zamennhof (l’oculista ebreo di Varsavia che nel 1887 iniziò l’esperienza effimera dell’esperanto).
Compare in versione aggiornata anche Malthus, pur non essendo citato esplicitamente, nel modello di società selettiva che ruota intorno alla mitica città di Solaria che sorge come una immanente utopia nel continente australiano. Qui la fervida immaginazione dell’Autore si concede libero sfogo proponendoci affollate strutture geodetiche (frutto della ragionata combinazione di esagoni e pentagoni), vasche idroponiche per la coltivazione del cibo, avveniristici ologrammi generati da sistemi evoluti di comunicazione a comando vocale, strane vetture create dal design estremo, che – illuminate da fari al plasma – sfrecciano in un silenzio irreale su monorotaie di carboceramica attingendo energia da magneti sincronizzati. Siamo molto più avanti rispetto ai sistemi “wireless” del nostro presente che al confronto appaiono superati e persino obsoleti.
All’improvviso, per una di quelle ricorrenti irruzioni dell’imprevisto che rendono gradevole la lettura del testo, dai remoti recessi della memoria affiora la presenza protettrice del lampadario sferico pieno di folletti che vegliano sul sonno di bambino di Simone Brunozzi che, allora, non avrebbe mai immaginato di poter creare l’alfabeto “Galatico”, ricco di 64 caratteri, e di sperimentarlo in una comunità virtuale – che chiama “ Golawa” – nata per consentirne la sperimentazione secondo il modello “open source”, che consente una efficace forma collaborativa aperta in logica multimediale e orientata al superamento di vetuste antinomie che tuttora contrappongono l’esigenza diffusa di un lingua universale al pluralismo corale di culture diverse.
Condivido la valutazione positiva espressa motivatamente e con qualche riserva da Oretta Guidi; sono anche io convinto che per il giovane Autore esistano spazi ulteriori di miglioramento stilistico, specialmente nelle scelte terminologiche legate alla sessualità che ancora indulgono – come nel costume dominante del nostro tempo – a forme, purtroppo diffuse se non inflazionate, di gergo inutilmente scurrile; sono facilmente evitabili senza compromettere il verismo delle situazioni.
Spero che terrà conto di questo bonario consiglio nelle sue prossime “imprese” che non tarderanno a manifestarsi, se è vero che “ il buon giorno si vede dal mattino”.
Intanto bisogna dargli atto di avere tenuto fede al titolo scelto “Nonovvio”, perché nel suo scritto non c’è niente di banale, di prevedibile o scontato.
Pio de Giuli



